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Giuseppe Saccà: “Facciamo della Rai un Servizio Sanitario Nazionale dell’intelligenza”

31.03.2020

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Ho seguito con grande interesse lo scambio di idee tra Pupi Avati e il presidente della Rai Marcello Foa sull’esigenza di un cambio radicale dei palinsesti televisivi in tempi di coronavirus, e ho letto con piacere il penetrante commento di Ernesto Galli della Loggia sul «Corriere». Sono un produttore cinematografico indipendente. La società che ho co-fondato è nata otto anni fa dal sodalizio tra un navigato professionista della tv e l’entusiasmo di un giovane non ancora trentenne. Qualche settimana fa sono tornato dal Festival di Berlino con in mano un importante riconoscimento internazionale per un film che ho prodotto, Favolacce, diretto con coraggio da due giovani talenti italiani. Ho pensato fosse arrivato il «mio momento», ma poi il virus è stato più veloce di qualsiasi progetto e ha messo il mondo in stand-by.

Ho compreso allora che possiamo trasformare questa impasse generale nel «nostro momento», in una grande occasione per condividere con gli italiani contenuti alti, spessore e bellezza in un periodo in cui per forza di cose lo schermo televisivo torna a essere centrale nel quotidiano. Servirà una narrazione che, partendo dalla tragedia che ci è piombata addosso, sappia ricostruire una speranza, fuori da ogni retorica e da ogni buonismo, con l’onestà e la disciplina che è propria degli esseri umani che sono passati attraverso una tempesta. E questo ruolo lo deve assolvere in primo luogo la Rai, sulla scia di quanto ha saputo fare in passato realizzando ed esportando nel mondo prodotti di grande qualità.

A burrasca finita sarà evidente a tutti che il modo di raccontare il presente non potrà mai più essere lo stesso di prima. Negli ultimi anni la globalizzazione nel settore ci ha fatto infatuare di piattaforme con offerte ricchissime, come Netflix o Amazon. Ma non è forse più potente e prezioso il lavoro che la Rai ha fatto nell’internazionalizzazione del nostro territorio, raccontato in modo universale e moderno come con la Sicilia di Montalbano e la Napoli dell’Amica geniale? In futuro dovremo essere ancora più coraggiosi, sia nel linguaggio che nella confezione, pensando a quanto il nostro neo-realismo, dopo la guerra, abbia fatto scuola in tutto il mondo. E allora sfruttiamo subito l’immenso patrimonio culturale della Rai, apriamo le porte e le finestre delle sue Teche, potenziamo le risorse del servizio pubblico, anche attraverso un canone versato per intero all’azienda, facciamo sì che si investa in contenuti nuovi e in una piattaforma digitale che possa competere davvero con i giganti internazionali.

Non suggerisco una sorta di «sovranismo» culturale, lungi da me, ma certo questa esperienza ci deve lasciare in eredità una nuova capacità di raccontare il Paese: le nostre storie hanno la chance di tornare forti, paradigmatiche, uniche. L’Italia sta dimostrando il coraggio di essere sé stessa e se oggi lo sta facendo per emergenza, un domani dovrà farlo in modo sistematico, unica in Europa, unica nel mondo. La Rai può diventare il Servizio Sanitario Nazionale dell’intelligenza, dell’innovazione, della bellezza, come direbbe Pupi, ma anche il luogo di incontro per le generazioni. Ci sarà bisogno di tutti, nessuno escluso.

Fonte: Corriere.it

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